Drops

Comunque mentre piove a dirotto va bene quasi tutto. Perché per me la pioggia ammansisce ogni cosa e porta “dentro” tutto e tutti. Il sole, invece, fa far troppa fatica. Ma, al di là di questo, il fatto è che penso che ci sia del bello nello sgocciolio. Insomma, le cose vengon giù per gradi, diverse, una dopo l’altra. Mica come quando troppa luce le fa luccicare diritte sull’orizzonte di tutti. Ecco, la poggia non è un paesaggio romantico. È piuttosto un modo tenue di riversar le cose. Non tutte insieme ma una per una, così che arrivino a terra assieme ma separate. E ognuno ne sia colpito in maniera unica e differente. Alla luce del sole tutto appare troppo in fretta. Io preferisco mettere insieme i pezzi. Sarà più faticoso perché si tratta di unir le gocce ma poco male: a maggior lavoro risponde maggior ricavo.

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Oggi

Oggi oltre il vetro che sta alla mia sinistra c’è una pezza grigia di cielo che cola dalla fine dei palazzi di fronte. Il tempo che mi rappresenta meglio. Quello che mi spinge dentro, mi porta a rintuzzarmi nei cantoni caldi del pensiero.
Guardo fuori mentre aspetto che le parole sbuchino dai cantucci in cui si sono riparate, lontano dal fracasso quotidiano, da qui dove, invece, mentre giro il collo verso la finestra, i rumori della strada hanno un suono di casa. Sono tracce acustiche di vita, la partitura di sottofondo che mi permette di pensare.
È da molti anni che scrivo. Mi capita di continuo. E mi capita soprattutto quando sono in giro: per strada, in discoteca, alle feste, nei negozi… Nel bar sottocasa. Che più che il bar sottocasa è la casa sottocasa. Ci entro la mattina, poco dopo aver messo il primo piede fuori dal letto. Ci torno spesso a pranzo. Ci vengo la domenica a scrivere. La visuale è la stessa: solo che da pian terreno, invece di quel pezzo di cielo bigio, vedo ciò che succede in strada: scopro come nascono i suoni che quattro piani sopra compongono quella musica urbana. Qui sotto il tempo è scandito da ciò che si ripete ad intervalli più o meno regolari. Nel marciapiede di fronte si accumulano persone alla spicciolata. Gente di ogni tipo: giovani, anziani, asiatici, mediorientali, skeaters, signore con la spesa, ragazzine logate da testa a piedi, con braghe troppo strette e basse e borse troppo grandi. Signori sussiegosi che spiegazzano il giornale. Si accatastano uno dopo l’altro uniti da un’indifferenza condivisa. Ognuno popola i propri centimetri quadrati di marciapiede come se fosse solo ed unico, immerso in un’aria personale e esclusiva. Difficile trovarne due che si scambino almeno una parola. Se accade è perché lì ci sono arrivati assieme. Altrimenti: silenzio! Nel loro stare zitti osservano, come me. Guardano dritto di fronte a sé. Guardano me che li guardo oltre al vetro, ma senza vedermi. Stanno lì, fermi, finché non scadono i minuti, fino a quando da destra lentamente si srotola un sipario di ferro arancio e grigio. Arriva, copre tutta la visuale e con uno sbuffo d’aria compressa poi riparte. Ecco, il ventiquattro (inteso come tram) scandisce il tempo con la sua regolare periodicità. Riazzera il panorama ogni volta. Rastrella via gli attori della strada. E io inizio a guardare un nuovo film. Attendo di nuovo che il primo attore entri in scena accompagnato da una nuova storia.

Perché si fa presto a dir zitella!

La “signorina” (come ci tiene a correggere l’altro appellativo più altisonante, vero, ma che nella sua testa ha prevalentemente il suono di una mancanza) F. denuncia la sua vezzosità da signorina di quasi settant’anni sfoderando uno smalto rosa perfettamente distribuito sulle mani ben curate. Che vuoi mai, i migliori anni se ne sono andati e con loro (problema solitamente più maschile e ben più spietato nell’occorrere alle donne) anche buona parte della capigliatura. E quel po’ di vanità residua trova voce come può: nei passetti contenuti, non solo perché alle signorine per bene poco s’addice l’essere spedite, ma anche per mascherare con l’eleganza l’incertezza di un passo che fa a scherma con l’età e con le insidie dell’asfalto. Dietro ai grandi occhiali neri, appariscenti agli anni suoi, quando ancora gli stilisti non guardavano alle lenti scure con nostalgico complesso di misure. Nel cappottino come si diceva un tempo “di alpaca” che serra fino all’ultimo bottone con un gesto in cui resta un residuo di malizia, quasi ad apparir discinta ma per contrasto. Nel suo golfino, che ha scelto di un rosa-signorina, come manifesto di una delicatezza d’animo che non sa trovare più espressione nei modi e neppur nei lineamenti.

” Buongiorno “
” Buongiorno a lei! “
Mi aspetta già seduta alla scrivania dell’amministratore dove dobbiamo spulciare i conti del condominio. Io sono puntuale lei in ovvio anticipo, come chi aspetta quell’uscita come un diversivo.
Mi siedo accanto a lei e mentre aspiro la prima boccata del suo profumo di borotalco penso che io, invece, so di fumo. Pace.
Cominciamo a passar le carte. Lei le fatture io gli estratti conto della banca. È lì che faccio caso all’ accuratezza leziosa delle unghie rosa-golfino.
Raffrontiamo importi come revisori di professione. Io, in un impeto di coraggio e di immedesimazione, chiedo persino il permesso di pigiare i tasti di quella cosa che pensavo manco più esistesse e che ti presenta le somme sul display e pure sullo scontrino. Un rumore a cui sono affezionato, e chissà poi perché, visto che attorno a me nessuno faceva mai conti. Forse solo un pensiero nostalgico dovuto alla vicinanza di quella che a me, in quel momento, piace pensare come l’incarnazione stessa del logo della Kores.
“Insomma, ma questi sono conticini… Quando arrivano gli importi più polposi”
“Aspettiamo di arrivare al riparto riscaldamento” faccio io scoprendo, in quel preciso istante, il suo sottile piacere: ciò che per me è noia per lei ha il sapore di qualcosa di eccitante. Qualcosa che va al di fuori della quotidiana contabilità.
Così decido di essere il suo cavaliere, di accompagnarla attraverso quella trasgressione fatta di numeri e di spese. Mi lascio trascinare. Mi faccio trovar pronto alla chiamata del suo importo schioccando svelto un ” SI’ ” dopo il suo “seimilasettecentonovantavirgolaventisette”.
Così procediamo spediti, come in un match confrontando numeri in rapidità, palleggiando importi l’uno verso l’altro. Decidiamo di sfogar quel poco d’adrenalina che la matematica consente. E non solo. Io non lo so signorina F. se qualcuno l’ha mai invitata a far due passi di tango. Ed è ovvio che oggi neppure io lo farei mai. Ma la vita concede quel che può e nella vita si fa con quel che si ha. Ma se qualcuno, facendosi sentire oltre il suono della musica, le ha mai chiesto il polso, come si faceva ai tempi suoi, dicendole: “Posso…” sa bene di cosa parlo.
Per evitarla il sabato mattina radevo i muri, passavo a papera sotto la guardiola per sfuggire al richiamo della portinaia esausta che mi ripeteva: “Signor M. la signorina F. vorrebbe parlarle della serratura dell’ascensore, della plafoniera del terzo, della raccolta differenziata e delle multe, del pavimento dell’androne, della passatoia da cambiare”. Ecco io temevo il suo impeto, odiavo la sua determinata tendenza al perfezionismo per il make up di un palazzo a cui neppure Frannk Gehry potrebbe dare una personalità. Ma ora capisco, comprendo la sua attenzione. E vedo anche che dietro la sua prontezza a passar per prima, la sua disabitudine a farsi aprir la porta, resiste la battaglia per non cedere al pancotto e agli abbrutimenti che tempo e solitudine impongono a chi non trova qualcosa per cui resistere.
Non mi sarà mai troppo simpatica signorina F. E continuerò a prendere il tassì all’ultimo momento per evitare di fare il viaggio fino in centro assieme a lei.
Ma se capita di dover far di conto, conti pure su di me.

3 a.m.

Camminando nella notte capita di incontrare chi della notte ne fa una professione.

Marcio dritto e rilassato coi miei pensieri in testa e le dita su questa tastiera virtuale.

“Hai una sigaretta?”

“No, mi spiace”

Mi allunga una mano come per un primo gesto di saluto. Afferata la mia, la strattona contro le sue enormi tette, larghe poco più del suo viso gonfio a dismisura e di poco meno prospiciente.

“Non mi interessano le tette”

“La f..a?”

“Neppure”

“Il c..zo!”

“Stai brava non cerco nulla”

Abbasso la mano e sorridendo le ripeto:

“Stai brava. Sto solo andando a casa”

“E dove stai?”

“Porta Romana”

“Ah…”

Osservo bene quel campionario di attributi differenti: una bottega capace di venire incontro a quasi tutte le esigenze. Facciam due passi assieme, mentre finiamo i convenevoli, finché io non concludo con un:

“Allora ciao!”

“Sciau” mi fa, spalancandomi un sorriso che le scompone il viso fino alle sopracciglia, marcate a fuoco da una matita cromaticamente inadeguata. Piroetta su due tacchi neri, due trofei che la sollevano dalla bassezza della strada e che rigira, manovrandoli come pugnali in una danza.

Io continuo, tiro dritto ripensando alla fulminea e artificiosa morbidezza di quelle tette intrappolate in un’emostatica e lucente divisa nera. E a quei suoi due tacchi che, nonostante tutto, restano l’unica difesa dal peggiore dei suoi pensieri: essere donna solo per lavoro.

Buonanotte, Dolores.

Soundtracks

Ci sono canzoni che scegliamo erigendole a sigillo, facendone la benda sonora che emostatizza i nostri tagli emotivi, piccoli o fondi che siano (sciocchi tagli mediastinici). Si comincia durante l’adolescenza, quando gli ormoni ti esplodono addosso ma ancora ti mancano le parole. Quando ti aggiri per il mondo come una bomba emotiva pronta ad esplodere al primo scambio d’occhi. Lì cominci a incrociare note, melodie e frasi fatte (e sfatte) che sembrano venir fuori direttamente dal lenzuolino di una cameretta, quella – appunto – dove ti rintuzzavi ai tempi delle mele.

Poi ti ritrovi grande e grosso e il mondo oltre il lenzuolino diventa molto più vasto e più chiassoso, mentre i mostri son tutti bell’e usciti dall’armadio (e dalle tue quattro pareti) per attraversarlo tutto, in lungo e in largo. Il lenzuolo intanto è diventato doppio, come lo spazio da riempire dentro al letto. E la cosa nuova è che lo puoi riempire facendo diagonale oppure dividendolo con qualcuno.

Ecco, è esattamente in quello spazio tra te e chi sta dall’altro lato che, talvolta, ancora oggi, s’annidano le note.